L'Uomo

 

Luigi Carluccio, recensendo alcuni anni fa una mostra personale tenuta a Torino da Vittorio Sodo, rilevava alcune affinità di linguaggio fra le proposte dell'artista leccese e certi grovigli segnici e coloristici della tradizione informale e dello spazialismo, riscontrando in quelle forme raggrumate una nuova tensione a riportarsi alle dimensioni del racconto esplicito. Si andava attenuando, insomma, quel che a Carluccio parve un " disinteresse per la realtà di luogo e di tempo ". L'allusione, evidentemente, era al propendere di Vittorio Sodo per quella sorta di impegno, magari disperato, magari pessimistico, che fu dell'arte di immagine alla radice della quale era la scoperta da parte di tanti giovani artisti italiani di Bacon e di Giacometti, maestri che anche Sodo ha certamente amato e studiato. Fu un modo di uscire dalla stretta di una figurazione generica, di ottimistico anche se dilacerato espressionismo in cui restarono chiusi tanti artisti formatisi al tempo delle dogmatiche contrapposizioni fra realismo ed astrattismo. Sodo, una volta uscito dalla provincia leccese, s'è posto in consonanza con le poetiche di più marcata urgenza esistenziale cercando di costruire, al di là delle presunzioni universalistiche che furono tanto del realismo che dell'informale, una immagine dialettica, critica al limite, senza escludere, pur nella determinante tensione al sociale, una sua " ragion visionaria ". Ed è questa che nelle ultime opere si èvenuta dispiegando quasi con prepotenza, quasi con rabbia. Voglio dire, insomma, che il nuovo interesse " per la realtà di luogo e di tempo", sottolineato da Carluccio, ha finito per trascinare Sodo e la sua pittura in una dimensione eminentemente simbolica, del tutto atemporale, non definibile attraverso determinazioni di luogo o di situazione. È questo il segno che l'artista ha saputo assumere il rischio della contraddizione e dell'ambiguità: un rischio tutto moderno, al di fuori del quale v'è soltanto pacata indifferenza o acritica accettazione degli schemi fissi del comportamento sociale, quotidiano. Della quotidianità, invece, Sodo ha proposto la più radicale negazione immettendo nel fluire ben ordinato degli stilemi e dei segnali di quella che fu la società affluente il disordine di una immagine enigmatica, colma di simboli, provocatoriamente allusiva a situazioni vissute quotidianamente ma frequentabili solo per virtù d'arte. Di qui il recupero di una nuova, aperta, dimensione dell'universale, visto però attraverso la disgregante ironia che è propria del simbolo. L'uomo idea e l'uomo spazio diventano, nella serie degli Identickit o dei Nuovi Re, personaggi di un rituale collettivo che si svolge in qualche mitico angolo di questo presente, o incombenti memorie di immagini ormai incredute, afferrabili, appunto, nella loro simbolica icasticità. Già nelle illustrazioni per Garcia Lorca l'assunzione dell'uomo come emblema irreparabilmente collettivo (in quanto privato di ogni individuale identità) si giustificava nel parallelo con la coralità della poesia. Oggi questa complicità non è più necessaria, così come non è necessario che l'artista menta a se stesso " fingendosi " interprete credibile di qualche realtà che possa valere, e apprendersi, " socialmente ". Dalla larva umana, dall'ectoplasma deviante ma pur sempre legato a una sua dannazione d'individuo, di eremita di massa, che fu il protagonista di un'ultima, impossibile contestazione, Vittorio Sodo è trascorso a una sovrastruttura figurale che trova la propria autonomia proprio nella cosciente rinuncia ad essere immagine dell'uomo: simbolo, quindi, e simulacro che si dichiara tale senza infingimenti e senza illusioni che non siano quelle dell'arte e dei suoi rituali. Non è un caso, io credo, che ad un certo punto il tema figurativo si faccia dichiaratamente mitico e che tutto, anche le allusioni al presente di cronaca e di storia più assillante, venga tradotto in chiave mitologica. La trasposizione diretta dalla fotografia, ad esempio, non è meno lontana della realtà (che la fotografia sempre nasconde con la falsa obiettività del documento) della atipica " citazione " che Sodo conduce attraverso il recupero degli schemi iconografici da Caravaggio o da qualche tapisserie di incendiata memoria "art nouveau ". Ecco, in queste opere situabili fra il 1977 e il 1978, Vittorio Sodo ha dimostrato di aver saputo evitare l'alternativa ipotizzata da Luigi Lambertini fra esiti di puntualizzazione figurativa e " razionale e controllata astrazione" di una sanguigna commedia umana. Ha semplicemente accettato la dimensione teatrale - ancora una volta la dimensione del rito e del simbolo, della maschera e dell'irrealtà dispiegate come tali -che non è né " figurale" né astratta, ma soltanto ambigua e illusoria, così come ambiguo e illusorio non può che essere il linguaggio irretito dal fascino delle molteplici verità e delle loro infinite contraddizioni. L'artista, perduta la capacità di incidere veramente nel contesto sociale, almeno a livello di qualche ambizione pragmatica, ritrova il suo ruolo di produt-tore di simulacri che alla realtà si oppongono come "spettri " di implacabile evidenza, colmi di passato e di presente ma liberi da ogni stretta temporale. Io non so se Vittorio Sodo abbia veramente premeditato una simile scelta, ma a me pare che le sue opere, specie le ultimissime, impregnate di una orrida felicità di luci, di colori, di spazi, stiano ad indicare che la resa al mondo, ormai ineluttabile, significa per l'artista che sia veramente tale l'acquisizione del diritto alla menzogna, al grottesco, alla finzione teatrale in cui impunemente (cioè quale produttore autorizzato di mostri fantastici) egli può rivendicare la sua innocenza e il suo diritto alla parola. Sappiamo che al solo pazzo di corte è consentito d'insultare e d'ingannare il Re: i Nuovi Re non altro chiedono che di essere ingannati e insultati: esteticamente, si intende. Non basta, voglio dire, dichiarare la " teatralità" di situazioni da palcoscenico (Il burattinaio, 1978; i Nuovi Re in palcoscenico, 1978-79; ma anche L'Orgia e Le Grandi Farfalle dello stesso periodo); occorre giustificare con la qualità dell'opera il diritto al proprio cappello a sonagli. E qui il discorso inevitabilmente torna alle capacità pittoriche di Sodo, la più sorprendente delle quali è quella di saper fondere un plasticismo perfino esasperato (forse retaggio dell'antica esperienza di scultore) con la corrosiva esplosione di colori incandescenti, irreali quanto potrebbero esserlo quelli di una preraffaellita a cui fosse stato sottratto, da qualche dannazione, il filtro delle serenità ideali. L'estetismo si trasformerebbe, come qui si trasforma, in orgia sfrenata delle qualità estetiche condotte al calor bianco di tutte le contraddizioni. Forse soltanto Renzo Vespignani, in alcuni dei suoi dipinti di più orrendo e nostalgico fascino, di più splendido decadentismo (in cui resta, emblematica, la memoria di un impossibile Imbarco per Citera) ha raggiunto esiti di così alta degenerazione dell'immagine. Vittorio Sodo è, però, più aggressivo, direi più spietato: non lascia spazio né alla memoria né ad una speranza di riscatto in qualche dimensione del tempo e dello spazio attuali. Soltanto l'inattualità, che del presente è la proiezione propriamente immaginifica, può contenere e comporre in qualche ordine questa violenza cromatica, questo svolgersi impazzito e solenne dei segni che non hanno ormai più bisogno di aggrovigliarsi per sottrarre l'immagine al peso della realtà, anche di quella meramente psicologica. Se si potesse dire così, affermerei che qui si tratta di un classicismo incendiato, di una forma che tende alla definizione dei canoni rinascimentali solo per scompaginarli dall'inter-no con la irrisione del grottesco, col veleno di inquietudini finalmente condotte ad esplodere in superficie dopo aver per lungo tempo inquinato le immagini dal profondo svuotandole, come appunto accadeva in Bacon e in Giacometti. Ora Vittorio Sodo è giunto a rivendicare la solarità dei suoi eventi e dei suoi personaggi, ma ciò è possibile solo a patto di una loro codificazione in ruoli di "oggetti teatrali " la cui apparenza è maschera e la cui sostanza deve essere dimenticata. La contraddizione, questa magia che ha sempre salvato Sodo dal cadere nella banalità di una figurazione acritica, si dispiega qui nelle forme più allucinate e più patenti. Riguarda, come si è detto, una irrealtà che si struttura fortemente, che si costruisce per virtù d'arte nel momento in cui il "reale " - o ciò che così definiamo - si dissolve sotto l'urto di una fantasia plastica che nega il plasticismo fantastico di tanto mal compreso surrealismo italiano. Si veda come non v'è scarto, da un punto di vista formale, fra composizioni in cui il grottesco trascorre per medium mitologici (tutta la serie dei Nuovi Re e L'Autoritratto da Caravaggio) e quelle ove la teatralità, il falso dell'immagine, si regge su l'ovvietà, sulla banale rappresentazione (Donne, 1979) riportata all'irreale da un gioco sapientissimo di ritmi spaziali e volumetrici falsati e dal gemmato incastrarsi di cromie di totale improbabilità sia timbrica che tonale. Qui l'indagine potrebbe continuare per approfondire i modi di un linguaggio ormai svicolato da necessità che non gli siano interne, quindi totalmente arbitrario, libero di quella libertà che all'arte volentieri o a malincuore bisogna pur riconoscere. Ma sarebbe un immiserire il discorso critico che, per un pittore come Vittorio Sodo, non può fissarsi su alcun particolare senza perdere in coerenza. Dirò soltanto che l'uso improbabile e allucinato del colore, portato a investire e contemporaneamente a costruire volumi, strutture e sequenze "narrative " è perfettamente coerente con quella fantasia plastica di cui Sodo si vale per ordinare, e insieme sconvolgere i riti, di una antica e moderna dannazione alla spettralità. Dannazione che l'artista, oggi forse come non mai, deve coscientemente scontare.

Franco Solmi

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